Antologia - Associazione Max Kuatty

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Antologia






TEXT ANTHOLOGY

    
Max Kuatty: tempestoso pittore di drammi (it)
Mario Portalupi
Manzoni Gall. D'Arte, Milano
11/1971
Max Kuatty: recensioni (it)
D.Buzzati, C.F. Chessa, A. De Bono, A. Romani
Gall. R. Rotta, Genova
1/1972
Max Kuatty (it)
Franco Passoni
R. Rotta Editore, Genova
1974
Max Kuatty: une belle histoire (fr)
Pierre Restany
Gall. Arte Borgogna, Milano
6/6/1978
Manifesto del Rio Negro (it) Pierre Restany
- Commento di Pierre Restany
- Amazzonia: Natura Integrale
- Conversazione tra: Sepp Baendereck, Frans Krajcberg, Pierre Restany
D’ARS
periodico
d’arte
contemporanea
anno XIX n. 88
agosto 1978
Max Kuatty (it/eng)
La sua lunga esperienza informale
Pierre Restany
Cegna Editore Urbisaglia di Macerata, Italia
MI, aprile 1979
Max Kuatty nel regno della natura
per lasciarla vivere (it/eng)
Carmelo Strano
rivista laboratorio Natura Integrale
anno 3 e 4 nn.16-17 1981/82
12 /09/1981
Max Kuatty: tempestoso pittore di drammi (it)
Mario Portalupi
Manzoni Gall. D'Arte, Milano
11/1971
Tempestoso pittore di drammi

La «Manzoni galleria d’arte” di via Manzoni 38, Milano, ha una nuova ala espositiva per mostre di pittura moderna: è «Il Cenacolo», apposizione che distinguerà il bell’ambiente in cui sarà svolta quest’altra attività dimostrativa e di proposta al pubblico.

Ora vi espone il pittore Max Kuatty, che ha nella sala una tutt’altro che ridotta mostra personale di dipinti intonati a color cupo, rotto da zone rischiaranti su modulazioni dal ghiacciato al caldo.

L’artista è un irrequieto ideatore di situazioni modulari astratte e scarso-figurative, che fantasticamente vanno dalla subitanea concretezza di un oggetto visto però – a intenderci – con la mente occupata dallo sfumante sogno, dall’alternante sogno (un elmo, un uomo-mostriciattolo, parti meccaniche ammassate) al canovaccio e alla piramide di aculei, al mucchio di simboli afferrabili ma anche inafferrabili, simboli fatti da spatolate decise scavate dentro la materia. Talune tele inclinano al notturno di certi «paesaggi” costruiti con la sola febbrile immaginazione, altre sono aggomitolamenti di segni ora chiari ora scuri che si sposano benissimo a quel modo ch’è detto gestuale: che fanno pensare al reticolato, a ben vedere: a niente, e cioè al solo capriccio dipingente, tuttavia mai all’opposto di quelle che sdno le esigenze del godimento visivo. Alcune pitture hanno il dono d’una drammaticità più scoperta, comunicativa come la tempestosa «Filosofia mutevole», che sarebbe piaciuta a Feininger, come «Libertà vigilata» e come i suggestivi «Tutto completo» e «L’enigma sconfitto».

Max Kuatty è pittore che domina un suo mondo espressivo, sul filo d’un linguaggio mobile nella illimitata possibilità della fantasia umana. Esecutivamente, mi pare che egli mantenga una linea pur ne!le sue escursioni temperamentose ai confini tra il «forme» e lo «informe», l’oggetto e la sua categoria mentale, la tensione ideale e la conformazione, direi soddisfacentemente fisica, del quadro finito.

Mario Portalupi
« La Notte 29-11-71 »

Max Kuatty: recensioni (it)
D.Buzzati, C.F. Chessa, A. De Bono, A. Romani
Gall. R. Rotta, Genova
1/1972
Alludendo alla similare sorte dell’uomo.

Un discorso elettrico spiritato, drammatico, tutto a guizzi in una luce grigia. Pittoricamente risolto, reso con sapienti fluide stesure di colore a creare quasi dei “ trompe l’oeil”.

Dino Buzzati


La sua pittura moderna, d’avanguardia, si qualifica per un timbro personalissimo di colore e per il modo profondo, accorato e sofferto di sentire l’arte. Si direbbe che l’estrosità dell’artista soffra di uno studio psicologico che talvolta rischia di soffocare una ispirazione tuttavia troppo viva.

L’attività pittorica di Max Kuatty sempre frenetica si esterna ed esprime il frutto di uno sforzo esaltante che ha come parametro una tensione della quale, tutto il colore dell’artista è pervaso.

C. F. Chessa (Critico d’Arte)


La struttura autonoma di Max Kuatty ripropone in termini moderni la libertà delle immagini realizzate all’insegna dell’arte tecnologica. Questo nuovo umanesimo fuoriesce prepolente dal dipinto per significare che un tipo di sintassi figurativa ha preso consistenza, puntualizzando un momento storico dell’arte.

Come Paolo Uccello, Max Kuatty è uno studioso della prospettiva tirata allo spasimo dell’accorgimento: seguendo la lezione dell’artista di Pratovecchio anch’egli innalza nei suoi quadri aste ed alabarde, picche e lance in chiave moderna. Soltanto che le armi bianche di questo pittore del XX secolo non sono più quelle del Quattrocento: dalle tele spuntano antenne, congegni elettronici, radar, macchine e robot pulsanti di vita che fanno sentire lo stridore dei congegni, il meccanismo metallico dei cuori d’acciaio. In questa dimensione tecnologica trova posto l’ansia coloristica di Max Kuatty.

Par quasi di udire lo sfregolìo delle rotative, di cogliere l’assordante movimento delle catene di montaggio. di captare il comportamento fenomenico suggerito dagli oggetti rotanti: come se ogni oscillazione percettiva generasse uno spirito razionale ultradimensionale.

La novità voluta da Max Kuatty consiste proprio nel rapporto delle energie, che danno veramente l’impressione della scomponibilità visuale delle parti. Logicamente gli effetti ottici, dinamici, elettronici, sono mutevoli, scambievoli, infiniti. Gamme cromatiche si alternano formando degli incontri energetici, avendo sempre una propria ed indivisi bile unità stilistica, ch’è poi in funzione mediata del linguaggio pittorico.
Insomma, il ritmo demiurgico scatenato da Max Kuatty investe il mondo segreto dell’automatismo e lo mette a nudo; conferisce all’indagine il palpito incommensurabile delle forze sconosciute che operano in natura.

I grigi e i nerofumo hanno il riflesso delle rotaie del tram, i blu profondi sono quelli del ferro allo stato nativo così com’è tratto immacolato dai meteoriti, le sfumature biancastre ed argentee polemizzano col platino e con lo stagno, i rossi cupi color cinabro sono più chiari dello scarlatto e sono analoghi al carminio, le infinite soluzioni conferiscono infine alla tavolozza di questo genio del pennello l’aureola dei personaggi che vanno scoperti fino in fondo.

A volte, basta un nonnulla per definire un pittore. Ebbene, quando per la prima volta conobbi Max Kuatty in occasione dell’opera donata dall’artista al quotidiano “La Notte”, per la sottoscrizione al bimbo straziato nelle carni durante il nefando attentato di piazza Fontana, lessi negli occhi cerulei e nelle sue tele cariche d’incantesimo, l’ardore del neofita alla ricerca dell’Assoluto.

Questa « personale» vuole quindi essere un inno alle masse in tensione, un cantico alla sintassi costruttiva del reale e del senso plastico rapito alle cose, una apologia alla trascendenza tecnologica della macchina interiorizzata nelle cui fibrille scorre la linfa universale ..

Credo, che con Max Kuatty sia nata un’epoca!

Antonino De Bono (Critico d’Arte)


Ho incontrato Max Kuatty anni fa, è stato un incontro con un pittore singolare in un’epoca in cui il prossimo resta troppo chiuso in sé stesso e mi è piaciuto seguirlo in questo suo discorso inteso a dire ogni volta, con i colori, il disegno, l’interpretazione di un fatto di un suo pensiero. Tante volte dopo la notte insonne dell’artista nell’osservare un nuovo quadro ho potuto sentire subito questa sua ansia di interpretazione e il rifiuto di quanto facilmente scontato o accettabile per pigrizia.

Dialogo ed incontro utile ed interessante, per sentire il pittore Max Kuatty guardare sempre meglio, sempre più sicuro di sé in avanti per dare il meglio di sé, delle sue emozioni attraverso il meraviglioso linguaggio dei colori.

Un discorso che ogni volta sentivo continuo con la realtà di ogni giorno con gli uomini di questa nostra temibile società.

Nella realtà di ogni giorno Max Kuatty trovava via via, suggerimenti, cercando con pazienza, con determinazione e ostinazione, con momenti di disperazione, convinto talvolta di sbagliare, di non trovare la via giusta, ritrovando poi una nuova scintilla superando l’angoscia del momento.

In questi ultimi quadri vi è una misura nuova, una serenità diversa, un discorso che si fa più vigoroso e cosciente, un discorso sempre più efficace.

E pittura in un mondo sempre più irrespirabile che diventa tentativo nuovo, un modo d’essere.

E’ stato detto che l’uomo esige sempre nuove prove della sua esistenza anche dalla pittura e che questa non è un mezzo per abbellire la propria vita, ma un mezzo per dare alla vita una forma e un senso.

E di tutto questo sono grato a Max Kuatty.

Aurelio Romani (Arch.)

Max Kuatty (it)
Franco Passoni
R. Rotta Editore, Genova
1974
Franco Passoni, gennaio 1974
Con pochi artisti e pochi personaggi, fra i molti che ho incontrato, ho avuto altrettanta difficoltà come con Max Kuatty per inquadrarne ordinatamente vicende e lavoro.
Kuatty è difatti, per quanto riguarda la sua biografia, estremamente discontinuo, disordinato, quasi caotico. Raccontando rimbalza da una parola all’altra, da un incontro a un altro incontro, da un luogo e da un lavoro, ad altri luoghi e ad altri lavori. Continua, ricomincia da capo, modifica una data che sembrava accertata, rettifica un nome, una circostanza, con disinvoltura stupefacente e non è assolutamente possibile imbrigliarlo, guidarlo in un racconto sufficientemente coerente e da cui sia possibile ricostruire, con un minimo di organicità, le tappe, le fasi delle sue esperienze di uomo e di pittore.
E’ tutt’altro quindi che una personalità statica e tutta d’un pezzo, ma è invece un personaggio composito, sfaccettato, balenante di guizzi illuminanti e di pause oscure.
In questo comportamento deve esserci forse anche un’oncia di malizia e un po’ di snobismo, ma soprattutto credo, il desiderio di non volersi rivelare completamente, di non volersi scoprire e, anzi, la volontà di mimetizzarsi, di non voler dare di sé agli altri un’immagine nitida e verificabile e forse vulnerabile.
La mia consuetudine però di voler delineare sia pure succintamente i contorni psicologici dell’artista, di accennarne un rapido profilo biografico, oltre che di focalizzarne l’opera, mi sembra comunque soddisfatta. La stessa discontinuità del racconto, infatti, i vuoti di memoria, veri o presunti, le sterzate e le marce indietro sono in questo senso, rivelatrici quanto e forse più della più fedele delle confessioni. Dunque Kuatty, è un personaggio abbastanza insolito, quasi picaresco, come è insolito per lui il cognome.
La sua faccia è asciutta, mutevole, gli occhi svelti, i gesti nervosi, la parola rapida, precipitosa, scoppiettante, anche se la voce talvolta si attenua e si smorza nel tono.
Mi racconta a strappi, nel suo studio zeppo di cose, della sua infanzia, dei suoi primi disegni, degli studi a Varese, delle sue fughe, della sua ansia di libertà e d’indipendenza e dei suoi mille lavori.
Dallo sguattero a San Remo (con un capodanno passato a lavar piatti), e dalle caricature eseguite nei ristoranti o nelle trattorie specie ai banchetti nuziali, sui quali si era preventivamente e discretamente informato, guardando le pubblicazioni esposte nelle chiese, ai quadri, alle avventure parigine, al suo arrivo a Milano.
A Milano disegna e vende vedute caratteristiche della città; fa fumetti e dipinge quadri sempre invenduti, va poi a Genova per tornare dopo pochi mesi a Milano dove illustra libri, fra cui un Pinocchio, poi, finalmente va a Parigi, nella scia di un richiamo che conserva intatto tutto il suo fascino.
A Parigi, Kuatty, si arrangia come può: vende i suoi disegni o i dipinti nei bar, nelle trattorie come fanno tutti (e come hanno fatto tutti) ma si rende conto che è meglio vendere, o tentare di vendere i propri lavori, eseguendoli direttamente in mezzo alla gente, piuttosto che portarseli già fatti come fanno gli altri (che magari lavorano di notte nelle pensioni). Capisce cioè che lavorare in pubblico è una maniera diversa di proporsi all’interesse della gente, capace di suscitare maggior richiamo, senza dover ricorrere alle consuete profferte da questuanti. E lo fa.
Ha così un modo anche se estremamente precario di resistere e di avere contatti con artisti come Soulage, Poliakoff, Riopelle, Magnelli e altri. Offre a parroci e preti delle chiese periferiche parigine immagini sacre (santi, madonne, Crocefissi) racimolando qualche altro franco, sufficiente per un pasto e per un letto, poi, su invito di un architetto italiano (l’architetto Aurelio Romani), va a Clermont Ferrand per circa due mesi a lavorare a una vetrata. E’ da qui che torna a Milano, incoraggiato da uno scultore insegnante a Brera , Paiella, conosciuto nella città francese, che lo invita a iscriversi a Brera alla Scuola di nudo e ai corsi di Gino Moro.
In questi anni milanesi conosce Kodra di cui ricorda l’imperturbabile serenità ed è affascinato dalla pittura, dai forti chiaroscuri e dalla personalità di Sironi che conosce personalmente da Grossetti, frequentando l’Annunciata. Conosce poi anche Gilardi, allora collezionista potenziale, che conservava i suoi disegni (« maternità» soprattutto, che l’interessavano particolarmente) che Kuatty gli passava sotto l’uscio di casa.
Dorme nei posti più strani e sbriga lavori e commissioni ancora più strani, per offrirsi una cena o, perché no, una serata in una balera fuori porta. Anzi è proprio in un locale notturno, ma del centro e allora famoso anche come ambiente esistenzialista, il Santa Tecla, che incontra e si lega con Baj, Colombo, Sergio Dangelo e Tinin Mantegazza, il quale, quest’ultimo, gli fa guadagnare qualche soldo con piccole collaborazioni per un quotidiano del pomeriggio che chiuderà di lì a poco. L’incontro con Dangelo non è d’acchito molto felice: Dangelo è a suo modo un dandy; Kuatty (che non ha dimenticato l’episodio) è vestito come può, e porta un orribile paio di scarpe gialle, e deve subire la mordacità e la strafottenza dell’altro. Al Santa Tecla discutono, disegnano, scrivono, improvvisano, coinvolgendo pubblico e orchestrali. E’ il momento dell’arte nucleare. Le pareti del locale sono piene di battute, di motti paradossali, di composizioni grottesche e dissacranti. Le serate sono animate e folli e trovano spesso echi nella cronaca cittadina.
Sono gli anni in cui Kuatty tenta (dopo gli studi) la carta dell’insegnamento: ma non è tagliato per questo lavoro, allora troppo inerte ed aridamente scolastico e torna ai fumetti, alle illustrazioni per editori italiani, francesi ed inglesi. Guadagna bene e si dedica anche al ritratto (sempre per motivi economici) al quale si volge poi totalmente aprendo uno studio a Portofino, accanto ad un altro locale alla moda, dove incontra e conosce Bernard
Buffet.
Poi va di nuovo a Parigi, ma non ha più l’intraprendenza e la disinvoltura della volta precedente. Si ferma comunque diversi mesi frequentando un po’ di gente e guardandosi intorno, lavora e ritorna daccapo a Milano con molta delusione e con una cartella zeppa di fogli che non interessano nessuno, salvo il ritrovato architetto Romani che lo aiuta e gli rimedia uno studio in via Pier della Francesca spesandolo e sovvenzionandolo in cambio di quadri. E’ un periodo di cui in Kuatty avvengono trasformazioni decisive. Anni in cui il suo lavoro di ricerca comincia a trovare uno svolgimento più penetrante, continuo e coerente, sostanzialmente più ordinato sul piano concettuale, un periodo in cui certe situazioni psicologiche e intellettuali tendono a decantarsi e certe contraddizioni, anche sul piano pratico, ad esaurirsi.
Si rende conto del pericolo di una perdurante commistione fra le pitture di mestiere sostanzialmente edulcorate e piacevoli (sia pure realizzate per sopravvivere) e l’« altra» pittura quella in cui, nonostante tutto, crede davvero. Vende pochissimo, solo qualche quadro, di tanto in tanto, a Rinaldo Rotta e a Gianni Cortese, che ha nel frattempo conosciuto, ma vorrebbe finalmente farsi notare meglio, aspira ad una personale. La sua vita è dunque convulsa e « strana» (come lui dice), ma anche fervida e completa. Poi, finalmente, le prime mostre e i primi successi.
Kuatty nel suo racconto frammentario e come ho già detto discontinuo, trova modo di parlarmi un po’ più specificatamente della sua pittura, dei primi disegni infantili, del ritratto della madre tentato da una fotografia appesa alla parete, (a nove anni, ai tempi delle elementari), della sua facilità di disegno, dei fumetti, delle illustrazioni, dei ritratti borghesi, ma soprattutto delle sue ricerche appartate, non figurative, segniche e materi-
che condotte quasi clandestinamente o comunque secondariamente per anni, fino al conseguimento di quell’indispensabile equilibrio che lo ha posto in una situazione di completa operosità e di conseguita liberazione concettuale.

Oggi, mi dice, la sua creatività s’è accresciuta, la sua emozionalità ha trovato modo di espandersi liberamente e i segni portati sulla superficie sono diventati più netti, decisi ed essenziali. La luce, suo grande amore, viene rivelata, sprigionata, dagli ampi colpi di spatola che raschiano via con sicurezza la materia preventivamente stesa. Il segno, e a suo modo, la materia, sono l’oggetto della sua ricerca più specifica e approfondita. In una direzione però sostanzialmente originale e quanto meno diversa da quelle condotte prima di lui o parallelamente a lui da altri pittori.
La pittura di Kuatty pur essendo debitrice della pittura informale, come ho avuto altrove occasione di scrivere, possiede integralmente una sua significanza personale qualificante e giustificata nel contesto attuale. Nel suo realizzarsi attinge anche specialmente a forze irrazionali, istintive, al di fuori di ogni schema purista ma attua una inconfondibile strutturazione di piani, una trama coloristica o compositiva che non è priva di una organizzazione decifrabile e che è soprattutto attiva dinamicamente e luministicamente. E’ una successione di ritmi visivi, d’incastri formali di folgorazioni evidenziate e focalizzate dal grafismo secco e nervoso che confluiscono tutte in un’organicità conclusiva modulata dal chiaroscuro. La sua «astrazione» visionaria e fantastica implica risvolti drammatici e passionali, ma anche musicali raccordabili agli impulsi di un Gerard Schneider del quale i critici sottolinearono oltre alla «meditazione e l’impulso», «la veemenza drammatica e il raccoglimento lirico» e «l’ordine e la veemenza» in parallelismo con la musica definendolo, come è noto, «lo Schonberg della pittura» oppure il «dodecafonico della pittura». Correlazioni del resto connaturali all’astrattismo sin dal suo apparire.
Un espressionismo, quindi, astratto, ambivalente per la raggiunta libertà e una sua innegabile rigorosità costruttiva. «Un’attenzione della materia che non è semplicemente la conseguenza d’una determinata maniera d’utilizzarla propria alla singola tecnica, ma la sua « interpretazione » o manipolazione intesa in maniera dinamica, epicentrica, e creata nella stessa misura in cui vien ricevuta, tale da servire da supporto alla «immaginazione plastica». Oggettivata, infine, come esigenza di assoluto, proprio perché realizzata e consumata con una partecipazione assoluta panica e irrefrenabile». Un operare, quello di Kuatty, in sostanza e soprattutto sulla materia, sulla sua organicità proprio come entità fisica e umorale, anche se condotto con un procedimento in un certo senso opposto da quello usato per esempio da un Morlotti o da un Afro o da un De Stael (nei rispettivi ambiti di competenza) perché laddove Morlotti o De Stael o il prima citato Schneider aggiungono, dilatano, addensano spessori e piani, Kuatty toglie, raschia, sottrae. Ma comunque il senso della materia è inteso allo stesso modo e valutato come medium privilegiato per dar corso alla pura, come dice Argan « intenzionalità operativa romantica e lirica »; al di là del linguaggio obbiettivo e in cui la pittura non può più essere discorso o relazione perché rifiutato dal momento storico e dal mondo contemporaneo, ma singolarità, irrelatività, inspiegabilità, non meno che «l’incontestabile realtà dell’ esistenza». L’artista cioè in una situazione come quella contemporanea esiste perché fa, perché agisce. L’azione per l’azione, dunque, sia pure creando ritmi, alternanze, segni e forme consapevoli, ma a cui lo spettatore può e deve dare un nuovo senso e nuovi significati. Un modo di «fare arte» animato dalle qualità indefinibilmente percettive dell’artista che con la mediazione del dipinto ci trasmette qualità e quantità espressive indefinibili altrimenti, che non abbisognano cioè di immagini discorsive o naturalistiche, tra l’altro, come s’è detto, rifiutate dalla circostante situazione culturale.

Max Kuatty: une belle histoire (fr)
Pierre Restany
Gall. Arte Borgogna, Milano
6/6/1978
Max Kuatty: Une belle histoire
Pierre Restany
Paris, avril 1978
L’histoire de Max Kuatty est celle d’une découverte, naive et profonde, comme dans les contes de fées.
Il était une fois un peintre qui a cru à la force du geste et aux effets de matière et qui pensait beaucoup à Soulages et à Karl-Otto Goetz. Et puis, un jour, une étrange paix l’a envahi. Au cri a succédé le silence, le silence de l’infini. L’espace pictural n’a ni commencement ni fin, il se debite en tranches arbitraires qui prennent les formes conventionnelles des tableaux. Que d’orages, que d’abysses, que de crépuscules dans ces ocres étendues qui sont le reflet de la mer de sable. Dans ce Sahara freudien, les gestes sont discrets, les motivations ouatées. Le touareg a peur de son ombre, le chameau encore plus. Ce sable est un miroir sans teint, qui absorbe la substance de la passion humaine sans toutefois en effacer le souvenir.
Ces surfaces lisses aux vibrations rentrées ont la patine du vécu, un peu comme le vernis des chefs-d’oeuvre qui nous restitue par imprégnation la
continuité de l’histoire de l’art à travers les ages, un peu comme le fond de teint qui évoque l’éternelle jeunesse du visage.
Il y a peu à dire et beaucoup à voir dans ces surfaces austères qui cachent à grand’peine les soubresauts de la conscience et les flammes de l’énergie. Max Kuatty est rentré en lui-mème, il s’est penché sur le vide sans fond de sa vérité.
Il a tiré le rideau sur le grand vertige de son ètre et ses toiles sont là pour témoigner de cette grande expérience humaine.
Attention, sous cette infime pellicule qui est l’essence et le sel de la terre, tout se joue encore, rien n’est terminé, tout peut ètre remis en question. Il n’est pas vrai que rien ne va plus sous une peinture qui va au fond de l’àme à travers le silence des yeux.
Max Kuatty a choisi la porte étroite de I’introversion allusive. Son histoire est comme sa peinture, elle n’a ni commencement ni fin. Et c’est pour cela que c’est une belle histoire.
Manifesto del Rio Negro (it) Pierre Restany
- Commento di Pierre Restany
- Amazzonia: Natura Integrale
- Conversazione tra: Sepp Baendereck, Frans Krajcberg, Pierre Restany
D’ARS
periodico
d’arte
contemporanea
anno XIX n. 88
agosto 1978
Max Kuatty (it/eng)
La sua lunga esperienza informale
Pierre Restany
Cegna Editore Urbisaglia di Macerata, Italia.
MI, aprile 1979
Max Kuatty nel regno della natura
per lasciarla vivere (it/eng)
Carmelo Strano
rivista laboratorio Natura Integrale
anno 3 e 4 nn.16-17 1981/82
12 /09/1981
 
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