Antologia - The Rite of Sensibility - testo - Associazione Max Kuatty

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Antologia - The Rite of Sensibility - testo

The rite of sensibility
Carmelo Strano
Natura Integrale, Milano
11/1981
Il Rito della Sensibilità

Degli amici si ritrovano al ristorante. Sono persone serie, seriose, che sanno essere anche facete, scherzose, che hanno il gusto della vita, che hanno forte il sapore dell’umanità viva. Essi hanno anche il gusto della tavola, la capacità cioè di assaporare in un ambito conviviale non soltanto il cibo prescelto ma anche tutta una serie di comunicazioni nascoste, di sensazioni non rivelate che pur serpeggiano tra una portata e l’altra, tra un’occhiata e l’altra, tra la volontà di discutere e l’altra di assaporare. In altri termini, sono persone che, al di là delle portate e del soddisfacimento palatale, amano la tavola come rito: sapore culturale quale traslato del termine convivio.

Ora, è a causa di tutto questo che ad un tratto, presenti alcuni amici, tra cui Pierre Restany, Max Kuatty, Gianni Schubert e chi scrive, accade che il rito rivela spinte di trasformazione.

Il rito della tavola, pur mantenendo certi canoni di ritmo legati alle pietanze, legati anche alla facezia del rapporto conviviale, si trasforma in rito sempre più spirituale, sempre più rarefatto, quindi sempre meno conviviale – banchettistico. Si parla d’un tratto di guru; si parla d’un tratto di Sai Baba.
Tutto questo sulla base di un viaggio che Restany sta per fare in India per realizzare, per il governo indiano, un libro di interviste ad alcuni guru, e sulla base anche di una esperienza già fatta in oriente, non molto tempo fa, sempre da Restany. La citazione di Sai Baba provoca automatismo. Restany porta immediatamente la mano al portafogli e ne tira fuori una bustina ancora sigillata ricevuta direttamente dalle mani di Sai Baba. Ciò che subito rivelano i conviviali è una certa dose di seriosità, che per prima si era rivelata sul viso di Restany. D’un tratto la facezia scompare e tutta l’attenzione, non soltanto degli occhi ma degli animi, è rivolta a questa bustina color rosa, una piccola busta che contiene della polvere. Che cosa sia questa polvere non si sa, e forse non si intende saperlo; non è la natura chimica di questa polvere il problema. Ciò che desta attenzione è il fatto che in questa bustina c’è della polvere consegnata da Sai 8aba a Restany e da Restany accettata.

Il punto fondamentale del rapporto è tutto qui: nella “fiducia” di questa consegna e poi ancora nello scrupolo e nella amorosa attenzione con cui questo oggetto simbolico viene gelosamente custodito all’interno di un portafoglio. La scelta del portafoglio come luogo di salvaguardia, prima ancora che di conservazione, forse, a voler riflettere un attimino, non è del tutto casuale, anche se è istintiva.
Il portafoglio è il luogo di momentanea conservazione, e comunque di custodia, del denaro; è il simbolo del denaro, è il simbolo di un potere di acquisto.

La bustina va a finire quindi dentro questo simbolo del potere di acquisto. L’assimilazione di questo potere di acquisto, l’una del tutto venale, l’altra tutta spirituale, non è affatto irriverente in quanto tutto è giocato sul valore simbolico dell’acquisto: di un bene materiale, -da una parte, e dall’altra di spiritualità profonda. Nell’uno e nell’altro caso l’elemento che si evidenzia è l’irrequietezza, l’incertezza, l’assenza di supinità, l’assenza di immobilismo: tutto è infatti giocato sul piano appunto della vivacità, sul piano di spinte pro- fonde. Quindi il collegamento, la comune destinazione, ma non comune destino, tra denaro e bustina di Sai 8aba è certamente un momento fortemente simbolico.

Ciò che si gioca a un certo punto di questa circostanza è la intuizione e il desiderio profondo (nel senso di forte spinta autentica) verso il valore simbolico della bustina da parte di Max Kuatty.

E’ questa forse la ragione per cui l’artista non riesce a trattenere quasi ingenuamente una domanda non priva magari della consapevolezza che possa mettere in una situazione di incertezza Restany: la richiesta di avere una parte di questa polvere. L’imbarazzo di Restany non manca infatti ad arrivare. Viene colto da tutti. Ma probabilmente il feeling di autenticità tra Max Kuatty e Pierre è stato così immediato, così incontenibile che questa titubanza di Restany subito si tramuta in una risposta positiva. Fino a fugare perfino certe perplessità. Non è da escludere, infatti, che in questi momenti di riflessione profonda e intensa ciò che si gioca è un moto dell’animo nascosto, poco indagabile, ma che si fa sentire.

E’ quasi paura di esser irriverenti. In Restany probabilmente si affaccia per un attimo il dubbio che l’aprire la bustina possa significare profanazione e quindi (ma questo a un livello decisamente inconscio) anche possibilità di minacce oscure, assalti del fato. Ed è anche intuibile facilmente che a questo punto l’intelligenza e l’usatissimo senso critico di Restany abbiano subito preso il sopravvento contro queste vaghe fobie e abbiano funzionato come elemento apotropaico. Quindi la reazione positiva arriva, l’atmosfera si fa densa, intensa. I ritmi, i movimenti delle braccia, del busto, degli occhi, della testa si rallentano al massimo, perché-senza che questo si dica-si ha già la celebrazione del rito della cucina e la celebrazione di un rito.

Si fa un po’ di spazio sul tavolo. A causa di quella assimilazione ritualistica che si era già stabilita tra la celebrazione del rito della cucina e la celebrazione di un rito spiritualista, le superstiti bottiglie o i superstiti bicchieri non sono elemento di fastidio. E Restany può tenere il suo bicchiere accanto a sé mentre, con l’attenzione massima di tutti i presenti, si accinge ad aprire la bustina.

Ciò che si trasmette è quindi un tantino di polvere. Max prepara un contenitore, un’altra bustina, in cui Restany con un movimento lentissimo della mano e con la massima attenzione perché non un grammo di polvere si sperda sulla tovaglia della tavola passa granuli di questa polvere nella bustina che Max ha preparato. Iniziato il rito, alla seriosità sopraggiunta non manca tuttavia di accompagnarsi un atteggiamento lieve, scherzoso quasi, ma non ironico, non irriverente un atteggiamento di intesa anche amichevole: soltanto un allentamento della seriosità. Il rito dura poco e viene fissato nelle sue sequenze fondamentali per mezzo di immagini fotografiche. Ciò che si mette in evidenza è una partecipazione totale, e convinta soprattutto, da parte di tutti i presenti. Forti dosi di sensibilità circolano intorno; una sensibilità che si rivela fin nella delicatezza estrema con cui le mani di Restany tengono il coltello e « traslocano» questi granuli di polvere dalla propria cartina nella cartina di Max.

Quest’ultima viene quindi raccolta da Restany, il quale comincia quindi ad arrotolarla, a sigillarla quasi, per imprimere – fattosi lui frattanto Sai Baba – il marchio del proprio sigillo. Come dire che dopo la «trasmissione» Sai Baba-Restany si attua una nuova trasmissione Restany-Kuatty; e le due trasmissioni richiedono un marchio, un sigillo, un carisma, un timbro sacro. Restany da fedele diventa sacerdote; e non è escluso che ipoteticamente, e simbolicamente soprattutto, Max Kuatty possa anch’egli alla fine trasformarsi da fedele in sacerdote. Tutto questo rapporto col sacro non è altro che il rapporto di volta in volta differente (a seconda che si sia soggetti attivi o soggetti passivi) con la pura sensibilità. Beninteso, tra soggetto donante e soggetto ricevente non c’è subalternità, poiché si attua una osmosi della sensibilità, una trasmissione a ritmo continuo di sensibilità pura.

Quindi il momento passivo e il momento attivo sono soltanto dei momenti di esistenza, di esistenza concreta, dei momenti di fruizione differente della sensibilità.

Comunque, nell’un caso e nell’altro, pur sempre momenti di fruizione. Forse a causa di tutto ciò la sensazione che io provavo e che ho la convinzione che anche gli altri provassero era questa: con noi c’era, anche se fisicamente assente, un personaggio che patrocinava il rito; un personaggio non citato ma sicuramente presente in tutti, magari a vario grado di consapevolezza, nello svolgimento del rito. Questo grande assente e grande presente era Yves Klein.

A questo convivio di sensibilità pura, a questo rito dell’immaterialità (chè questo, e non altro, era il significato di questa polvere) la figura di Yves Klein non poteva mancare quale co-celebrante di questo rito di Restany. Ecco perché non può essere casuale il fatto che Restany avesse conservato la bustina nel portafoglio. Basta tenere presente una espressione di Klein che Restany ha metabolizzato da tempo: che la sensibilità è la moneta dell’universo. In fondo il nostro rapporto con l’ambiente circostante, con le forze energetiche circolanti nel cosmo, il nostro contatto con il flusso spontaneo di tutta l’energia cosmica è possibile soltanto attraverso questo grande tramite della sensibilità pura. Ciò che benissimo aveva capito Yves Klein parlando appunto della sensibilità quale moneta dell’universo.

Il concetto di Naturalismo Integrale, che vede la natura, non nella sua essenza fenomenica, ma come flusso energetico permanente, come scuola di sensibilità profonda e unica (una lezione che Kuatty pratica con i suoi «legni »). il concetto di Naturalismo Integrale – dicevo – anche in questa cerimonia conviviale e meta-conviviale ha trovato ancora una volta un momento di esemplificazione profonda e autentica.

Carmelo Strano
registrazione effettuata
in Milano nel novembre 1981.
 
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